Automotive e Borsa: Tesla e Stellantis spiegano perché il 2026 rischia di essere l’anno degli errori di valutazione
Auto ed elettrico non sono più sinonimo di crescita automatica. Nel 2026 la difficoltà non è capire la direzione del settore, ma valutarne correttamente i titoli. Tesla e Stellantis sono al centro di un’analisi sui rischi di pricing che il mercato potrebbe continuare a sottovalutare.
Un settore che non è più ciclico, ma strutturalmente instabile
Per anni il settore automotive è stato interpretato dai mercati come un comparto ciclico “classico”, cioè sensibile ai tassi di interesse, alla crescita economica e al potere d’acquisto dei consumatori. Oggi questa chiave di lettura potrebbe rivelarsi non più sufficiente. Infatti, l’industria dell’auto entra nel 2026 dopo una sequenza di eventi, alcuni veri e propri shock, come la pandemia, crisi delle catene di approvvigionamento, rialzo dei tassi, tensioni geopolitiche, guerra commerciale e transizione energetica che ne hanno modificato in profondità la struttura economica.
Il 2026 potrebbe profilarsi come un anno di svolta per il settore, soprattutto riguardo quello quotato, perché segna il passaggio da una fase dominata da narrazioni strategiche a una in cui conteranno piuttosto numeri, margini e ritorni sul capitale investito. Dopo anni di investimenti importanti, promesse di crescita e piani industriali spesso costruiti su ipotesi di domanda in rapida accelerazione, i mercati si trovano oggi a fare i conti con una realtà ancora più complessa.
Parliamo di un settore in profondo e continuo cambiamento, dove uno dei rischi più importanti potrebbe riguardare le tradizionali metriche di valutazione che rischiano di non cogliere appieno il nuovo spettro di rischi e opportunità. È in questo contesto che si inserisce il rallentamento del ricorso all’elettrico, spesso interpretato dai mercati come un segnale negativo tout court, ma che in realtà nasconde dinamiche molto più articolate come cercheremo di meglio illustrare.
I risultati passati non sono indicativi di quelli futuri
Secondo BloombergNEF, nel 2026 le vendite globali di veicoli elettrici raggiungeranno 24,3 milioni di unità, pari a circa il 25% del mercato, ma con un tasso di crescita limitato al +12%, quasi la metà rispetto al +23% del 2025. Il dato, letto superficialmente potrebbe suggerire un settore in difficoltà ma probabilmente è segno invece di una fase di una nuova transizione dentro la transizione, con impatti diretti e significativi sui conti economici delle aziende quotate.
Quello che gli investitori dovrebbero tenere presente, secondo molti analisti di settore, è che non tutti i titoli automotive sono impattati allo stesso modo dalla transizione per cui non reagiranno probabilmente allo stesso modo a mano a mano che si svilupperà il nuovo scenario di mercato cui si accennava.
Il rallentamento degli EV e l’impatto sui multipli di mercato
Una delle convenzioni più frequenti degli ultimi due anni è stata quella di valutare i costruttori sulla base delle possibili previsioni di crescita dell’elettrico considerate come lineari, quasi inevitabili. Quello cui si è assistito nel 2025 ha dimostrato che questa ipotesi è quantomeno fragile.
Negli Stati Uniti, il mercato degli EV sta vivendo una vera e propria battuta d’arresto. Con la nuova amministrazione Trump la revoca o la riduzione degli incentivi federali, unita al ritorno dei dazi e all’allentamento della normativa sulle emissioni, ha impattato direttamente la domanda. Il risultato è stato che le vendite di auto elettriche a novembre 2025 sono crollate del 41% su base annua, e BloombergNEF nel suo "Electric Vehicle Outlook” prevede un’ulteriore contrazione del 15% nel 2026.
Questa dinamica ha già avuto riflessi evidenti in Borsa. I titoli più esposti all’elettrico puro hanno visto compressioni dei multipli, mentre i gruppi con una gamma più diversificata – in particolare sugli ibridi – hanno mostrato una maggiore resilienza
I risultati passati non sono indicativi di quelli futuri
Non è un caso che Toyota, forte di una strategia graduale e meno ideologica sull’elettrificazione, si confermi tra i costruttori meglio valutati dal mercato secondo Milano Finanza.
L’aspetto interessante per gli investitori è che il rallentamento degli EV non elimina il rischio dal punto di vista industriale, ma piuttosto lo redistribuisce nel tempo. Le aziende che hanno investito massicciamente in capacità produttiva elettrica rischiano ora un conseguente sottoutilizzo degli impianti, ciò che produce una maggiore incidenza dei costi fissi che non vengono adeguatamente ammortizzati con conseguenti pressioni sui margini e in definitiva ritorni sul capitale inferiori alle attese.
Batterie, sovraccapacità e compressione dei margini
Uno degli aspetti più complessi da interpretare riguarda la filiera delle batterie. BllombergNEF fa notare che, nonostante la crescita della domanda, si è in presenza di una significativa sovraccapacità produttiva tra i produttori di celle, che ha già portato ad una naturale riduzione dei prezzi. Nel 2025, i prezzi delle batterie sono scesi di un ulteriore 8%.
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Per i mercati finanziari, questo è un elemento ambiguo. Infatti, questo da un lato migliora certamente l’accessibilità economica dei veicoli elettrici per i consumatori ma dal lato dell’offerta erode i margini lungo la catena del valore e mette sotto pressione i produttori che dal punto di vista della struttura dei costi sono cosiddetti marginali per cui non possono permettersi prezzi di vendita troppo bassi o più in generale molto indebitati o inefficienti.
La forte concentrazione della produzione di celle e componenti chiave in Cina aumenta inoltre il rischio geopolitico. Come evidenzia GlobalData, nel 2026 questo rende le catene di fornitura automotive sempre più vulnerabili a restrizioni commerciali, dazi e tensioni politiche, spingendo i costruttori a investimenti in ottica difensiva che pesano sulla redditività quantomeno di breve periodo.
Cina: crescita, concorrenza e rischio consolidamento
Dal punto di vista azionario, la Cina resta il nodo centrale visto che è il primo mercato mondiale degli EV, ma anche quello dove la guerra dei prezzi è più intensa. Il governo di Pechino ha già iniziato a ridurre il supporto fiscale e ad intervenire contro quella che definisce “concorrenza sfrenata”.
Il risultato è una crescita ancora positiva, ma con tassi di crescita in rallentamento. BYD, leader del settore, ha registrato la crescita annuale delle vendite più debole dal 2020
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mentre nuovi player come Xiaomi iniziano a sottrarre quote di mercato. Per gli investitori, questo apre uno scenario delicato:
- da un lato, potenziale consolidamento che potrebbe soprattutto rafforzare i grandi player;
- dall’altro, rischio di erosione dei margini e aumento della volatilità sugli utili e quindi in borsa.
Secondo analisi citate da Motor1, marchi come Nio, Xpeng, Li Auto, Dongfeng e BAIC potrebbero essere coinvolti in future operazioni di fusione o ristrutturazione ciò che rende il settore cinese molto speculativo e potenzialmente interessante dal punto di vista borsistico.
Europa e Stati Uniti: dazi, investimenti e ritorni incerti
In Europa, l’incertezza normativa resta uno dei principali freni agli investimenti. L’allentamento del percorso verso lo stop ai motori termici dal 2035 ha ridotto la pressione immediata sui costruttori, ma ha anche aumentato la confusione strategica. Secondo Milano Finanza, molti gruppi europei hanno comprensibilmente rinviato decisioni chiave in attesa di maggiore chiarezza, con conseguenti effetti negativi sulla visibilità degli utili futuri.
A questo si aggiunge il tema dei dazi statunitensi. Uno studio dell’Istituto Iw di Colonia mostra che nel 2025 le esportazioni di auto tedesche verso gli Stati Uniti sono crollate del 14%, colpendo direttamente gruppi come Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz che si sono visti ridurre i flussi di cassa anche per le necessità di investimenti resisi necessari per meglio fare fronte al nuovo contesto.
Il consumatore cambia, il rischio per i modelli di business aumenta
Un ulteriore elemento probabilmente non pienamente scontato riguarda il cambiamento delle preferenze dei consumatori
Il più volte citato Global Automotive Consumer Study 2025 di BloombergNEF evidenzia un aumento significativo della propensione a cambiare marca
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e una crescita dell’interesse per i modelli ibridi, range extender (con piccolo motore termico ausiliario)
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e soluzioni MaaS che integrano cioè trasporti pubblici e privati (auto, bici, taxi, sharing) in un'unica piattaforma digitale
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Dal punto di vista finanziario, questo significa:
- minore fedeltà al brand, quindi maggiori costi di marketing;
- maggiore difficoltà nel difendere pricing power;
- rischio di obsolescenza accelerata dei modelli.
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Parallelamente, l’ascesa dei Software-Defined Vehicles secondo GlobalData sposta il valore dal prodotto fisico al software, premiando ovviamente chi ha maggiori competenze tecnologiche e penalizzando i costruttori più tradizionali.
Il vero rischio è valutare il futuro con metriche del passato
Come ampiamente illustrato, il settore automotive nel 2026 non è semplicemente in rallentamento ma piuttosto in trasformazione strutturale. Per aziende e investitori, il rischio maggiore oggi non è tanto la volatilità di breve periodo, quanto il rischio di una valutazione errata dei fondamentali di lungo periodo.
Come mostrano i dati di BloombergNEF, GlobalData e Milano Finanza, il mercato rischia di: ● penalizzare eccessivamente alcuni titoli per rallentamenti soltanto ciclici;
- sopravvalutare altri senza considerare margini, geopolitica e cambiamenti nei consumi.
In un contesto così complesso il cosiddetto “stock keeping”, cioè la selezione dei titoli diventa più importante della direzione che prende il settore. Il 2026 probabilmente si rivelerà come l’anno in cui diventerà più evidente che non tutti i costruttori sopravviveranno allo stesso modo alla transizione e che quindi potremmo assistere ad una maggiore dispersione dei rendimenti, cioè ad una più marcata variabilità dei rendimenti dei titoli nei mercati rendendo più attraente l’assunzione dei rischi negli investimenti e maggiore la possibilità di generare “alpha”, cioè un rendimento aggiuntivo rispetto al mercato.
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Da questo grafico si capisce come alterne possano essere le vicissitudini in borsa pur appartenendo allo stesso settore.
Tesla: da growth stock a titolo in cerca di identità
In questo contesto, Tesla resta il titolo più esposto. Dopo anni di valutazioni basate su multipli da società tecnologica, il gruppo di Elon Musk affronta una fase di normalizzazione che potremmo definire dolorosa. La concorrenza cinese ed europea, il rallentamento della domanda e le scelte politiche del fondatore hanno certamente pesato sulle vendite, in particolare in Europa.
Per il mercato, Tesla non è più una scommessa sulla crescita illimitata, ma un titolo che deve dimostrare resilienza dei margini, capacità di difendere quote di mercato e sostenibilità del free cash flow in un contesto divenuto molto più competitivo in cui la disponibilità a nuovi investimenti anche tattici resta fondamentale.
La casa d’investimento Baird mantiene una valutazione Outperform e un target price di 548 dollari, basato su una stima pari a circa 70 volte l’EBITDA atteso al 2030, scontato a fine 2026. Tra i principali driver vengono evidenziati i potenziali sviluppi sul servizio robotaxi, l’estensione geografica dell’autonomia, le approvazioni regolatorie in mercati chiave come Cina e Unione Europea e l’evoluzione del software Full Self-Driving (FSD), per il quale sembrano emergere riscontri positivi.
Tesla non è più il principale produttore mondiale di veicoli elettrici, avendo ceduto il primato a BYD. MoneyWeek ci informa che nel 2025 le consegne Tesla sono scese a 1,63 milioni di unità, in calo dell’8,6% rispetto al 2024, contro oltre 2,25 milioni di veicoli consegnati da BYD. Bloomberg prevede inoltre che la crescita globale delle vendite di EV rallenti al 12% nel 2026, dal 23% dell’anno precedente, anche a causa della riduzione dei sussidi cinesi, del raffreddamento della domanda negli Stati Uniti e delle incertezze normative in Europa.
Sul fronte delle valutazioni emergono forti divergenze visto che tratta a multipli estremamente elevati, con un P/E superiore a 300, rendendola il titolo più caro tra i Magnificent Seven su base fondamentale
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Morningstar stima un fair value di 300 dollari per azione, circa il 40% inferiore alle quotazioni di inizio gennaio. A queste valutazioni si sommano le critiche di Michael Burry, secondo cui la capitalizzazione di Tesla, pari a circa 1.430 miliardi di dollari, risulterebbe
gonfiata anche dall’uso estensivo di compensazioni azionarie, una sorta di compenso in stok option che mentre in bilancio rappresenta un costo riducendo gli utili produce una diluizione del capitale. Una diluizione annua stimata intorno al 3,6% a carico degli azionisti secondo Startmag.
Consensus analisti: cautela e rischio di sopravvalutazione
Per il 2026, il consensus degli analisti su Tesla resta prevalentemente “Hold”, con un target price medio intorno a $408,5 secondo marketbeat
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Questa stima riflette prudenza nei confronti del titolo, considerando il rallentamento delle consegne EV, la crescente concorrenza globale e le difficoltà operative nel core business leggibile anche nel continuo calo della componente automotive nella generazione dei margini lordi
(fonte: Investing.com)
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La significativa dispersione dei target price, da valori estremamente ribassisti a scenari ottimistici, evidenzia il rischio concreto di errata valutazione: il prezzo attuale potrebbe incorporare già molte aspettative future che potrebbero anche non materializzarsi nella misura attesa.
Scenario ottimista: upside condizionato e ipotesi aggressive
Alcuni analisti rialzisti, come Canaccord Genuity e Benchmark, puntano su target price quantomeno tra $404 e $475, sostenendo che l’azienda possa mantenere queste valutazioni a patto che riesca a monetizzare robotaxi, AI e i progetti Optimus. Tuttavia, questi scenari presuppongono un rapido successo dei servizi autonomi e una rapida ripresa delle consegne EV, condizioni ancora altamente incerte. Ma anche una conferma di quanto il successo del business sia sempre più distante dalla semplice produzione di automobili. Ovviamente la mancata realizzazione di questi driver comporterebbe un rischio significativo di revisione al ribasso del titolo.
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D’altra parte gli scenari rialzisti trovano anche una conferma nella conformazione tecnica dei grafici, chiaramente rialzisti sul medio e lungo termine con i prezzi che rimangono saldamente sostenuti (e distanti) dalla trendline di lungo periodo. Più precisamente l’area compresa tra i 370/390 rappresenta una buona zona di supporto per questo scenario
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Visioni ribassiste e scenari di correzione
Dall’altro lato, alcune valutazioni estreme segnalano target ben inferiori a $150, basati su un approccio conservativo che considera il rallentamento del mercato EV, la perdita di leadership globale e la pressione della concorrenza cinese e americana.
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Questo scenario, abbastanza severo ma non impossibile, presuppone un calo di circa 70% immaginando come supporto l’importante area statica a 140$
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Tuttavia, va precisato come da un punto di vista tecnico il movimento resti assolutamente plausibile e addirittura non comprometterebbe il trend rialzista di lungo periodo se analizziamo il trend dall’ottica della Dow Teory.
Analisti come Bernstein e BNP Paribas sottolineano che Tesla potrebbe essere sopravvalutata rispetto ai fondamentali attuali, evidenziando come eventuali delusioni operative come prima evidenziate, ritardi nei robotaxi o minori entrate da FSD e servizi autonomi possano tradursi in correzioni significative in Borsa.
Implicazioni per gli investitori: bilanciare hype e fondamentali
La combinazione di rating evidentemente divergenti, target price dispersi e narrativa futuristica aggressiva crea un contesto dove semplicemente il rischio di errata valutazione resta significativo.
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Tecnicamente abbiamo il dovere di tenere in considerazione l’ampio pattern triangolare in formazione che statisticamente prefigura un breakout rialzista e che potrebbe sostenere gli scenari ottimisti.
Stellantis: il titolo della scommessa strategica
Stellantis è probabilmente il caso più emblematico
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Dopo un 2025 difficile e il cambio al vertice con l’arrivo di Antonio Filosa, l’andamento del titolo in borsa sembra riflettere il mix esistente tra scetticismo e attese. Il gruppo può beneficiare dell’allentamento normativo negli Stati Uniti e di investimenti annunciati per 13 miliardi di dollari, ma resta sotto pressione in Europa, dove la domanda rallenta e la visibilità sul piano normativo, al netto delle recenti esternazioni della Commissione Europea su un annacquamento dei limiti di emissioni al 2035, rimane limitata secondo Milano Finanza.
La stessa alleanza con Leapmotor pur aprendo un canale diretto verso la vantaggiosa tecnologia e i costi cinesi, espone anche il gruppo a rischi politici e reputazionali. Probabilmente Stellantis è oggi piuttosto una value story ma con alto rischio associato più che una scommessa di crescita e dopo il cambio al vertice con Filosa gli investitori ancora aspettano di leggere nei numeri delle trimestrali che si susseguono delle buone e convincenti nuove.
Situazione produttiva e mercato in difficoltà
Produzione in Italia ai minimi storici: nel 2025 la produzione Stellantis nel nostro Paese è scesa del 20% segnando il livello più basso addirittura dal 1954, con il calo maggiormente significativo nella produzione di auto passeggeri, riflesso di una domanda debole e di una forte competizione, in particolare da produttori cinesi come ormai assodato.
La situazione produttiva in Italia rappresenta forse uno dei segnali più evidenti delle difficoltà strutturali che attraversano il settore automotive europeo.’aumento dei costi industriali e una
pressione competitiva crescente da parte dei produttori cinesi capaci di offrire veicoli elettrici a prezzi più aggressivi. insomma dinamiche che suggeriscono il rischio di una concreta sopravvalutazione del titolo in Borsa.
Normative UE e competitività europea: impatto sulla valutazione azionaria
Sul fronte normativo, Stellantis ha espresso forti preoccupazioni sulla regolazione europea con il responsabile del gruppo per l’Europa che ha parlato apertamente di un “misalignment” tra gli obiettivi dell’Unione Europea e le reali esigenze dell’industria automobilistica, evidenziando come un quadro regolatorio troppo rigido possa frenare gli investimenti e ridurre la competitività dei costruttori europei rispetto ai rivali globali. In definitiva, la pressione normativa, combinata con l’incertezza sulla transizione green, aumenta il rischio che le quotazioni attuali non riflettano correttamente i potenziali impatti su margini e crescita.
Elettrificazione e PHEV: sfide strategiche che pesano sul prezzo del titolo
Nel segmento delle EV l'azienda ha annunciato l’eliminazione dei modelli plug-in hybrid dal mercato nordamericano già dal 2026, in risposta al mutamento nella domanda anche alla luce della scomparsa degli incentivi. Secondo Business Insider, considerando che il mercato globale EV nel 2026 sarà caratterizzato da una crescita più contenuta, questo spingerà i costruttori a puntare su veicoli più accessibili con possibili impatti sui margini in misura potenzialmente superiore alle attese del mercato
(fonte: Investing.com)
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In un contesto tra l'altro di sostanziale difficoltà per gli analisti a stimare la redditività come si evince dal grafico sopra. Altro esempio che, se sottovalutato dagli investitori, potrebbe generare ancora una errata valutazione del titolo anche considerando le aspettative sul ritorno dagli investimenti già elevate.
Bilancio e margini compressi: segnali di attenzione per gli investitori
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Le difficoltà operative emergono chiaramente dai numeri: secondo FinancialContent e PredictStreet, nel 2024 l’utile netto è calato di circa il 70%, mentre nel primo semestre 2025 i ricavi netti sono scesi a 74,3 miliardi di euro (-13% su base annua).
Consensus analisti Stellantis: target price neutrale e cautela in Borsa
Secondo il sondaggio aggregato di Investing.com, le raccomandazioni per Stellantis indicano un consensus “Neutrale / Hold”, con un target price medio tra 9,75 e 9,90 € su un orizzonte 12 mesi riflettendo un potenziale di rialzo decisamente contenuto
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Il mercato sembra da diversi mesi in attesa che possano emergere dalle trimestrali i primi germogli della cura Filosa con i prezzi che, dopo avere fatto un breakout della importante trendline ribassista che sta governando al ribasso i prezzi dai fasti di area 28, sembrano abbozzare un movimento di accumulazione
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I prezzi dai minimi hanno iniziato una sequenza di minimi e massimi crescenti compatibile con un movimento quantomeno correttivo rispetto al calo che dai massimi di 27 ha prodotto, nel punto più basso, un drawdown di oltre il 70%
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Più nel breve termine l’area degli 8 euro rappresenta il primo supporto da difendere se si vuole continuare a considerare viva questa ripresa dei prezzi
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La violazione del livello, con ripetute chiusure settimanali sotto di esso, tecnicamente produrrebbe il fallimento della sequenza di massimi e minimi crescenti (sequenza rossa nel grafico) facendo scattare come prossima rete di protezione il minimo crescente in area 7,40 (sequenza blu nel grafico).
GM e Ford: meno elettrico, più cassa
Più difensiva la posizione di General Motors e Ford. Entrambi i gruppi hanno ridimensionato i piani sull’elettrico, puntando su una transizione più graduale e su modelli ibridi e termici capaci di assicurare alta redditività. Evidentemente la strategia ha un costo in termini di rischio reputazionale, ma offre maggiore visibilità sui flussi di cassa nel breve termine, un fattore apprezzato dal mercato in una fase di tassi ancora elevati come quella attuale secondo Milano Finanza.
Europa: valutazioni basse, ma i rischi restano elevati
In Europa, il settore automotive continua a trattare a multipli storicamente depressi, ma questo non significa automaticamente sottovalutazione. Le difficoltà sono sostanzialmente quelle viste per Stellantis.
Volkswagen, BMW e Mercedes: il peso dei dazi
I costruttori tedeschi risultano particolarmente penalizzati nel contesto attuale come su descritto. Secondo uno studio dell’Istituto Iw di Colonia, le esportazioni di auto tedesche verso gli Stati Uniti sono crollate del 14% nel 2025, penalizzate dai nuovi dazi con un impatto diretto su ricavi, margini e necessità di investimenti aggiuntivi necessari per contrastare i venti contrari.
I risultati passati non sono indicativi di quelli futuri
Dal punto di vista borsistico, Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz restano solidi, ma meno attraenti per chi cerca crescita. Il mercato li valuta sempre più come titoli “industrial value”, sensibili ai cicli economici e alle tensioni geopolitiche.
Giappone: Toyota e la rivincita dell’ibrido
Tra i grandi vincitori del 2025 spicca Toyota, che si presenta al 2026 con una posizione di forza. Come più sopra visto, la strategia prudente sull’elettrico, basata su ibridi e transizione graduale, si è rivelata più resiliente rispetto ad approcci più radicali che caratterizzano altri competitors .
Dal punto di vista azionario, Toyota beneficia di:
- forte generazione di cassa
- leadership tecnologica sugli ibridi
- minore esposizione al rischio normativo europeo
In un contesto di rallentamento degli EV, il mercato tende a premiare questo profilo difensivo, anche a scapito di narrative più aggressive ma meno sostenibili.
Cina: crescita sì, ma a quale prezzo?
Il capitolo cinese come abbiamo accennato è forse il più complesso per gli investitori. La Cina domina il mercato globale degli EV, ma sta entrando in una fase di maturità competitiva. Il governo ha dimezzato le agevolazioni fiscali per il 2026 e sta intervenendo per limitare la guerra dei prezzi.
BYD: leader sotto osservazione
BYD resta il leader indiscusso, ma ha registrato la crescita delle vendite più debole dal 2020 (fonte: Dunne Insights). Per il mercato, il tema non è più la crescita dei volumi, ma la tenuta dei margini in un contesto di concorrenza feroce.
I titoli più fragili
Secondo analisi citate da Motor1, marchi come Nio, Xpeng, Li Auto, BAIC e Seres potrebbero essere coinvolti in operazioni di consolidamento rappresentando una importante fonte di volatilità e speculazione, con un profilo rischio/rendimento adatti probabilmente ad investitori piuttosto esperti.
Il 2026 come anno della selezione
Dunque, il settore automotive quotato non dovrebbe essere considerato come un blocco omogeneo. Il 2026 potrebbe rappresentare un anno di selezione significativa, in cui ragionevolmente:
- i titoli con modelli di business flessibili e buona generazione di cassa potrebbero essere premiati
- quelli molto esposti a una sola tecnologia o a un solo mercato potrebbero offrire il fianco a correzioni anche profonde
Si comprende come il vero pericolo oggi non è quello di mettere in discussione l’elettrico, ma non distinguere a sufficienza tra chi può permettersi la transizione e chi no. In un settore segnato da geopolitica, cambiamenti nei consumi e pressione sui margini, il rischio di errori di valutazione resta elevato. Ed è proprio qui che, per gli investitori più attenti, si aprono le opportunità.
FAQ
Il settore automotive crescerà nel 2026?
Il settore automotive globale non è in fase di espansione lineare nel 2026. La crescita continuerà nei mercati emergenti e in Cina, mentre Stati Uniti ed Europa mostrano segnali di rallentamento. Più che di crescita aggregata, il 2026 è considerato un anno di selezione tra modelli di business.
Le auto elettriche sono ancora un’opportunità per gli investitori?
Sì, ma in modo selettivo. Nel 2026 il mercato non premia più tutte le aziende esposte all’elettrico. I vincitori sono i gruppi con scala, integrazione verticale e margini sostenibili, mentre i produttori EV puri senza volumi sufficienti affrontano maggiori rischi finanziari.
Quali aree geografiche sono più forti nel settore automotive?
Nel 2026:
- Cina resta il mercato più grande, ma con forte concorrenza e rischio consolidamento
- Mercati emergenti (Sud-Est asiatico, America Latina) offrono la crescita più interessante
- Europa è l’area più fragile per pressione normativa e geopolitica
- Stati Uniti favoriscono modelli flessibili e orientati alla generazione di cassa
Quali modelli di business automotive funzionano meglio nel 2026?
I modelli più solidi nel 2026 sono quelli multi-tecnologici, che combinano motori tradizionali, ibridi ed elettrici. Il mercato penalizza strategie troppo rigide e premia aziende con forte free cash flow, flessibilità industriale e minore dipendenza dagli incentivi pubblici.
Il settore automotive europeo è sottovalutato in Borsa?
Le valutazioni sono basse, ma non necessariamente sottovalutate. I multipli riflettono rischi strutturali: costi elevati, concorrenza cinese, dazi e incertezza normativa. Le opportunità esistono soprattutto nei segmenti premium e lusso, meno sensibili al ciclo economico.
La Cina rappresenta un rischio o un’opportunità per gli investitori automotive?
Entrambi. La Cina offre volumi, tecnologia e leadership nell’elettrico, ma il 2026 sarà segnato da pressione sui margini e possibile consolidamento. I titoli più solidi sono quelli con integrazione verticale e controllo dei costi, mentre i player più piccoli restano altamente speculativi.
Il 2026 è un buon anno per investire nel settore automotive?
Il 2026 non è un anno “buy the sector”, ma un anno da stock picking. Le opportunità esistono, ma richiedono analisi approfondita di:
- geografia
- struttura dei costi
- esposizione tecnologica
- solidità finanziaria
Chi investe senza distinguere rischia errori di valutazione significativi.